Sulla situazione in Medio Oriente (1978)

C’è un discorso sempre più grave da fare su Israele.
Mentre da un lato, esso cerca di concludere questa pace separata con l’Egitto, che è di fatto quasi una dichiarazione di guerra contro il resto del mondo arabo (malgrado il premio Nobel per la pace dato a Begin annunziato mentre il parlamento israeliano decideva, con evidente disprezzo degli scongiuri americani, nuovi insediamenti nei territori occupati), dall’altro sta allargando sempre più la sua potente disseminazione di germi di guerra dall’Etiopia all’Iran; la tragedia che si è iniziata in Iran e che (come cominciano a temere gli stessi oppositori) rischia di portare al collasso totale non solo il regime dello Scià, ma la stessa nazione iraniana, ha tra le altre sue cause, anche la grossa infiltrazione ebraica nell’economia e nei servizi di sicurezza persiana e quindi in quella specie di quasi alleanza che, in tutti questi anni, c’è stata tra lo Scià e Israele.
Sembra in realtà una esigenza intrinseca alla sussistenza stessa dello Stato d’Israele che per sopravvivere, in un modo che diventa inevitabilmente sempre più artificioso e violento, ha bisogno di estendere sempre più l’area della conflittualità fra le altre nazioni, che potrebbero anche da molto lontano premere sui suoi confini. E perciò invece di essere, o cominciare ad essere, un elemento di ricomposizione dell’unità e della pace, tende ad approfittare di ogni elemento di tensione e di contrasto dall’Africa al Medio Oriente allargato: e poi specialmente ad adempiere a questa particolare funzione catalizzatrice di ogni contrasto fra cristiani e mussulmani.
 
(Gerico, 8 novembre 1978, in G. Dossetti, Lettere alla comunità 1976-1979, Ed. Paoline 2025, p. 142-143)