Gioia Silvi

Gioia Silvi, di Cavriago (RE), conobbe e frequentò Dossetti negli anni della giovinezza e ne ricorda l’esperienza partigiana, la testimonianza cristiana e civile in quel tempo drammatico.

Intervista alla sig.ra Gioia Silvi

Quando ha conosciuto Don Dossetti e in che occasione?
Don Dossetti l’abbiamo conosciuto in tempo di guerra nel ’42-’43… in quel periodo lì.  Don Dossetti era uno studioso, era di famiglia benestante, la sua mamma era figlia di un grande avvocato, il suo papà faceva il farmacista… durante la guerra ha capito che, come tutte le guerre, era ingiusta, chi soffriva erano i poveri e i soldati che andavano al fronte e quelli a casa, che non avevano da mangiare, perché quando c’è la guerra tutto quello che la nazione produce lo mette lì, nella guerra…
Dossetti, che era un uomo di Chiesa, era per il Signore, pregava e diceva: “Aiutaci Signore perché noi da soli non ci riusciamo e questa guerra ci rovina”. Alcuni suoi amici che non andavano in chiesa avevano capito però che questo uomo di studio aveva ragione, bisognava aiutarlo!… Così lo hanno aiutato. Hanno cominciato a trovarsi nelle case da contadini fuori da Cavriago, lontane dal paese… e i ragazzi più grandi di me andavano ad ascoltare Dossetti e i suoi amici… i ragazzi di Chiesa si univano con quelli che non erano di Chiesa perché contro i tedeschi e i fascisti bisognava stare uniti…
Dossetti ha sempre detto a noi: “Io sono un uomo del Signore, ma sono stato prestato alla politica perché in questo periodo dobbiamo combattere queste persone che con la scusa di volere un impero fanno una guerra e fanno soffrire i più deboli, dobbiamo stare uniti”.  Quindi assieme ai partigiani sabotavano quello che facevano i tedeschi, per esempio se c’era una ferrovia per portare le armi al fronte, loro gliela facevano saltare…
A Dossetti, che era credente, queste cose non piacevano, perché a lui non piaceva essere violento, lui voleva che la guerra finisse, in pace. Lui pregava e basta, ma pregare non era abbastanza in quel periodo lì. Per convincerci a entrare nella lotta partigiana faceva delle riunioni nei cortili, i cattolici si riunivano sempre con Dossetti perché era lui che ci voleva convincere a lavorare insieme ai partigiani “rossi”, perché diceva che in quel momento si doveva stare uniti. Diceva: “Anch’io faccio fatica, ma mi sento chiamato dal Signore, il Signore mi chiede di fare questo sacrificio, di entrare in politica per fermare questa strage!”…

C’è un episodio particolare che desidera raccontare a proposito di Don Dossetti?
Nel cortile della chiesa di San Bartolomeo… noi eravamo lì seduti, era l’autunno del ’44 e lui ci ha detto: “Sapete, dove abito io (a Reggio)… tutte le sere quando vado a casa, sotto il tunnel della ferrovia c’è una donna che dorme col suo bambino, coperta di stracci… noi vogliamo entrare in politica… quando sarà finita la guerra faremo le elezioni, ci presenteremo e chiederemo il voto agli italiani… noi vogliamo vincere perché quella donna che dorme sotto il tunnel abbia una casa. Tutti i figli di Dio devono avere la dignità di abitare in una casa. Non pensate a tante leggi economiche e finanziarie… voi mettetevi in mente che quello che stiamo facendo adesso e quello che faremo con le elezioni, è perché questa donna come tante persone in Italia abbia una casa”.
Ci ha fatto capire quello che dovevamo fare e ci ha contagiato tutti! Ci ha fatto capire che l’ingiustizia va combattuta. Siccome il periodo era molto brutto sono dovuti scappare in montagna perché qui venivano sempre ricercati dai tedeschi e dai fascisti. Anche lui è scappato, sono fuggiti verso la montagna, dove avevano più possibilità di nascondersi. In ogni chiesa che incontravano, entravano: lui apriva il tabernacolo, c’era la pisside con dentro le ostie, si comunicavano mangiando tutte le ostie! Allora Bacci Renato gli ha chiesto: “Perché?” E lui: “Se passano i tedeschi, dalla rabbia prendono la pisside e buttano via il corpo del Signore. Questo non possiamo permetterlo!”. Ha mangiato tutte le ostie che hanno incontrato da Cavriago a Quara di Toano, “al dis che non magnè ‘na scudela pina acsè, nin priven più!”
Quello che lui faceva più volentieri era meditare e pregare e poi insegnare agli altri… Lui non si dimenticava mai di essere un uomo prestato dalla Chiesa alla politica, non si è mai dimenticato di essere un uomo di fede, in ogni circostanza aveva la necessità… di comunicarsi. Quando veniva a fare le riunioni qui da noi nelle case dei contadini, prima voleva dire una messa, sennò non cominciava, oppure voleva fare 10-15 minuti di preghiera inginocchiati nelle stalle, perché lui diceva che era molto più importante pregare che andare a mettere una bomba sulla ferrovia. Diceva: “Dobbiamo pregare perché il Signore ci perdoni questi atti violenti”.
Aveva una fede immensa, ma aveva anche la capacità di estraniarsi per soffermarsi sui problemi piccoli di tutti i giorni, dell’operaio che poverino non aveva la bicicletta… dell’altro che stava male perché l’avevano licenziato dalle Reggiane…

A quali valori o ideali lei associa la figura di Don Dossetti?
Il valore è il valore dell’uomo, l’uomo che è figlio di Dio, quindi ha la dignità del figlio di Dio e va rispettato, sempre, indipendentemente se è bello, se è brutto, se è ricco, se è povero, il valore è la solidarietà, il valore è il rispetto…

 

L’intervista è stata curata dalla prof. Alessandra Cocconi ed è consultabile online in: Lavia Di Sabatino, Don Giuseppe Dossetti, un uomo prestato alla politica (pubblicato il 6 ottobre 2008):